L'Eccidio di Ponte Cantone

In questa località sulla via Emilia oggi inglobata nell’abitato di Calerno il 12 febbario 1945 una squadra partigiana della 12° Brigata Garibaldi attaccò un gruppo di soldati tedeschi. Come rappresaglia la Polizia Tedesca SD prelevò dalla carceri di Parma venti patrioti; trasportati a Ponte Cantone, furono fucilati il 14 febbraio nei campi
innevati.
Ogni anno da allora S.Ilario ricorda l’evento con una cerimonia che si tiene davanti al monumento eretto nel luogo del massacro. Si tratta di un momento di raccoglimento e condivisione in cui partecipano anche rappresentanti delle città da cui provenivano coloro che persero la vita, in maggior parte originari delle province di Parma e Piacenza.

I caduti di Ponte Cantone: Renzo Melloni, Giuseppe Bellini, Antonio Gandolfi, Pierino Avanzi, Amos Montecchi, Egidio Gardini, Corrado Barresi, Nello Avanzi, Franco Molinari, Bruno Faustini, Raimondo Fermi, Angiolino Tanzi, Paride Zanatti, Giulio Resmini, Aldo Pasqua, Giacomo Bernardelli, Luigi Viglio, Oreste Tosini

Il 12 febbraio 1945 in piena notte lo scoppio improvviso della mitraglia e il secco crepitio dei mitra… Poi si ode l’esplosione secca e dirompente di una mina che fa tremare tutta la casa e scricchiolare i mobili. Di nuovo si fa sentire la grossa mitraglia, poi un silenzio assoluto, rotto di tanto in tanto da secchi ordini e voci concitate. I tedeschi erano stati attaccati.

Venne il mattino. Il ponte del Cantone si presentava effettivamente come un campo di battaglia. Mucchietti di bossoli qua e là in mezzo agli arbusti appena cimati dalle siepi, ed infine un piccolo cratere bruciacchiato sulla via Emilia e un camion dell’esercito tedesco rovesciato giù per la scarpata. Corsi subito in canonica a Calerno. L’arciprete don Alboni, ancora emozionato di quanto avvenuto nella notte (furono portato in canonica morti e feriti) e per quanto aveva dovuto fare per convincere i soldati germanici a non distruggere le case del Cantone (avevano già piazzato i cannoni a tale scopo) mi diceva e ripeteva che sperava non succedesse niente alla popolazione.

Al mattino successivo ci alzammo di buon’ora perché c’era da fare il pane e portarlo al forno… Notai che da un lato all’altro del ponte sostavano una ventina di militari tedeschi, i quali imbracciavano nervosamente la “Masckinen Pistolen” con i nastri in canna e sorridevano sinistramente….

Mentre mi avviavo, scorsi con la coda dell’occhio un cartello posato sulla neve illuminato dal riflesso dell’alba, il quale già lasciava comprendere abbastanza significativamente il motivo della presenza di tutti quegli armati… Mi ricordo che un simile cartello lo avevo visto piantato in mezzo ai trucidati di Villa Cadè… E venne la sera… Poi improvvisamente il micidiale scoppiettio dei mitragliatori tedeschi rimbomba, si ingigantisce nel cranio fin quasi a spaccarlo. Corsi insieme a mia madre su nel solaio e, da un finestrino, vidi le ultime scariche lasciare nella buia notte lunghe lingue di fuoco. Poi qualche isolato colpo di pistola (il colpo di grazia). Infine il silenzio. Era il 14 febbraio 1945. Il sacrificio di venti giovani e innocenti vittime era compiuto.

Al mattino molto presto (era ancora praticamente buio) mia alzai dal letto e, assieme a mia madre, spalancai la finestra lasciando la luce accesa… Improvvisamente echeggiò nel buio un’invocazione di soccorso: aiuto!
Ci vestimmo in fretta mentre continuavano le grida di soccorso. Finalmente scorgemmo nei campi a circa 150 metri di distanza, la sagoma di un uomo seduto sulla neve ed appoggiato con la schiena a un albero. Al sollecito arrivo del parroco, io, don Italo Paderni, Arturo Iemmi (detto Pirol) e Carlo Chierici andammo in aiuto dell’uomo. Lo caricammo a braccia e, faticosamente, attraverso una gamba di neve gelata, lo portammo in strada… Adagiammo il ferito su un carrettino e sapemmo che si trattava di Oreste Tosini di Salsomaggiore che aveva una coscia maciullata da scariche di mitra, uno scampato all’eccidio.

Presi il carrettino e mi avvia verso Calerno. Don Italo mi passò davanti e lo vidi da lontano mentre cercava di sistemare i morti affinché io potessi passare cola carrettino. Quando fummo sul ponte il povero Tosini si coprì la faccia per non vedere il raccapricciante spettacolo e si mise a singhiozzare… Arrivai finalmente alla canonica… Filai a casa con la promessa di tenere la bocca chiusa. Troppi però avevano visto e non tardò molto ad arrivare il Maresciallo Riccò con alcune guardie repubblichine.

Tambureggiavano per parecchio l’arciprete, volendo sapere chi l’aveva avvisato del ferito, chi lo aveva aiutato ad andarlo a prendere nei campi e chi lo aveva portato in canonica. Diceva che costoro dovevano essere passati per le armi avendo aiutato un partigiano.

Tornai sul ponte da quei poveri partigiani. E ci tornai parecchie volte a pregare, ad osservarli ad uno ad uno questi nostri martiri straziati nelle carni e con i polsi legati insieme con fil di ferro… Tornai da loro anche quando li rimossero per l’inumazione e vi arrivai proprio quando i militi della GNR iniziavano lo spoglio di quanto avevano in tasca. Posate, fotografie, ma soprattutto ricordini e immagini sacre. Un milite disse con scherno: “Tutto questo hanno ammucchiato a stare nei partigiani”.

Il giorno dopo il Tosini fu consegnato ai fascisti, dietro assicurazione, in base alle leggi di guerra, che avrebbe avuto salva la vita. Ma il povero giovane, ciononostante, venne pochi giorni dopo finito dai fascisti con una raffica di mitra e il suo corpo fu gettato nel torrente Quaresimo, nei pressi di Cadelbosco.
I corpi martoriati delle vittime rimasero a lungo sulla neve con i macabri cartelli che indicavano le loro “colpe”. Don Italo Paderni, nonostante il divieto assoluto, riuscì a fotografarli e fu solo in base a queste fotografie che dopo la Liberazione fu possibile riconoscere le salme di quei giovani”.

testimonianza tratta dal volume Alfredo Gianolio, Sant’Ilario d’Enza dall’Unità d’Italia alla Liberazione. Storia e cronaca, Comune di Sant’Ilario d’Enza 1998



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